L’altro giorno l’ennesima persona mi spiegava che “non è così che si impara una lingua”.
Il così in questione è il mio modo di fare. Nello specifico, avevo comprato un libro per studenti avanzati di inglese (vietnamiti) che consiste di traduzioni dal vietnamita all’inglese, e mi ero messo, armato di dizionario, a cercare di leggerlo.
“Le lingue si imparano dall’inizio”.
Ora. Suppongo di sì. Credo. Forse.
Ci sono in giro un sacco di corsi del tipo “impara una lingua in un mese”. Non so se per gli altri funzionino: per me non proprio. Ci sono un sacco di corsi che cominciano dall’inizio, “ciao, come ti chiami, io mi chiamo Alex, da dove vieni Alex, vengo dall’Italia, cosa fai Alex? Il trafficante di matrioske afgane”.
Ci sono un sacco di corsi che ho lasciato a metà. Non mi serve a nulla un sistema efficiente di apprendimento di una lingua, se mi annoio a morte e non lo seguo. Efficienza ed efficacia sono due cose diverse: si può essere estremamente efficienti, andando nella direzione sbagliata. I corsi ottimizzati, i corsi tradizionali a me fanno l’effetto di non imparare una lingua, però molto rapidamente.
Il sistema che uso io l’ho scoperto negli anni. Non è efficiente, per nulla. Spreco un sacco di tempo. Spesso non funziona, ho affrontato una serie di lingue che sono rimaste a metà: ne so qualcosa, posso descriverne la struttura e magari una frase.
E’ un sistema che ho scoperto con l’inglese, ma non mi sono accorto di averlo sviluppato fino a due lingue dopo. Se possiamo parlare di sviluppare un sistema che sostanzialmente è un non avere un sistema.
Io l’inglese l’ho imparato per sbaglio. Oh, l’ho studiato a scuola, dalla quarta elementare: inutile dire che a 11-12 anni non sapevo esprimere molto di più che “hello, my name is Alex, listen and repeat, the cat is on the table”. Per altro, che cazzo ci fa quel gatto sempre sul tavolo? E poi mi sono appassionato di giochi di ruolo, e anche di adventure games al computer. Sì, lo so cosa pensate: le ragazze non mi cagavano. E’ vero. Al tempo, a parte D&D (Dungeos and Dragons, segrete e draghi), che ho sempre considerato un sistema per bambini stupidi anche quando ero un bambino io stesso [*], non erano tradotti. Erano in inglese: sia i giochi di ruolo (RPG, role playing games), che gli adventure games (King’s Quest 1, e Leisure Suit Larry 1 mi hanno insegnato molto). Io volevo giocarci. Così feci quello che chiunque avrebbe fatto al mio posto, credo: presi il manuale (o nel caso dei giochi al computer, mi stampai la lista di possibili comandi da dare), un dizionario, e mi misi a cercare parola per parola quello che non capivo. Tipo, all’inizio: tutto.
L’inglese era l’ostacolo, non il fine: volevo sapere cosa cavolo c’era nel manuale. Volevo giocare.
L’argomento era l’incubo di qualunque insegnante di lingua: 200 diversi tipi di armi medioevali, e nessuna parola di tutti i giorni. Sapevo come descrivere uno squartamento in una mischia, non come chiedere “mi passi l’uva per piacere?”. Il vocabolario era completamente idiosincratico, e assolutamente non calibrato al giovane studente.
C’è una cosa da notare: i bambini non imparano la prima lingua in un ambiente calibrato al giovane studente. Certo, i genitori passano un sacco di tempo a dire parole semplici; ma la maggior parte dell’ambiente è non strutturato, complesso, incomprensibile. Chomsky ne sa qualcosa.
Così mi sono trovato a “sapere l’inglese” senza volere. Pronuncia orrenda, peggio di ora. Vocabolario strano: ma lo sapevo. Potevo prendere un testo, orientarmi, capirlo al 90%, andare a cercare quelle parole essenziali che, essendo chiave, non erano facili da comprendere dal contesto. Buona parte del sapere una lingua è sentirla, è sapere a cosa fare attenzione e cosa trascurare. E’ dove cercare il soggetto, dove l’azione, dove quelle cose che piacciono agli scrittori e che puoi tralasciare (il 95% dei Promessi Sposi, ad esempio).
“Sapere l’inglese”, per un certo valore di sapere. Per tutto il primo anno che giocammo a MERP, e anche a GURPS, giocammo con le mie personalizzate regole. Non che volessi: erano quelle che avevo capito. Quando le rilessi mi accorsi che avevo preso fischi per cacciatorpediniere, e lanterne per matrioske afgane. Mi par di ricordare che quando spiegai al Paso che, in realtà, il suo personaggio non sarebbe morto, due mesi prima, ma solo svenuto, non la prese bene.
Credo. La mia comprensione non era delle migliori, al tempo, ma credo che urlare “bastardo bastardo bastardo bastardo bastardo” non fosse il suo modo di dire “accetto la cosa come evento della vita, riconosco che hai fatto del tuo meglio“. Devo però controllare.
Ripetuta l’esperienza con il francese (”Paso? Il tuo personaggio non era morto, solo…“), che hanno provato ad insegnarmi per anni a scuola nel “modo giusto”, con pronuncia grammatica esercizi, e imparato grazie all’essermi preso una cotta, ed aver letto dei libri.
Ma non ero reso conto che quello era il mio metodo-non metodo fino allo svedese. Anzi: non avevo mai pensato che quello che io stavo facendo fosse imparare delle lingue. Era semplicemente un modo per ottenere le informazioni che volevo, un po’ come quando cerchi di superare un sistema protetto da password. Avevo provato a imparare lo svedese con dei manuali di auto-apprendimento, senza grande successo. Ripeto: un sistema rapido non è rapido per nulla se ti rompi i maroni ehm, annoi a morte, e non lo segui. Probabilmente ci sono persone che si entusiasmano a leggere dei dialoghi da cerebrolesi in cui le nuove parole e strutture lessicali vengono introdotte gradualmente, aspetta la terza settimana per poter usare il passato. Io sono dell’altro tipo.
Visto che il Paso era sparito dalla mia vita di giocatore di ruolo (non so perché), è successo così che lo svedese l’ho imparato, nel senso che sono passato dal non capirci un niente ad orientarmi in un testo, con Lille Prinsen, Il Piccolo Principe. Per una serie di ragioni, non l’avevo mai letto, avevo anzi fatto attiva resistenza al leggerlo. Ad un certo punto della vita mi sono trovato con quel libro, un dizionario, e una grammatica in cui controllare alcuni dubbi: fortunatamente la grammatica svedese è stile quella inglese, si può quasi sempre trovare una parola così come è nel dizionario.
A me sembrava difficile, perché appariva strano, e al tempo non lo sapevo: lo svedese è facile. [**]
Nessun casino di casi o declinazioni o coniugazioni, i plurali sono un po’ strani, e per chi non è abituato alle lingue nordiche (io, al tempo), le megaparoleformatedaquindiciparoleattaccate sono un po’ faticose da analizzare, e separare nei componenti.
Ma fattibile. E soprattutto: per me era divertente.
Era un gioco. Un rompicapo: lì dentro, in quel guazzabuglio di parole e segni, c’era un significato che io volevo estrarre. Che nessuno aveva nascosto apposta, semplicemente era espresso in una altra lingua, e il dizionario era la chiave per capire.
E così fu. Credo di averci impiegato 3 ore per leggere le prime tre righe. Ha senso, l’altra sera ci ho messo 2 ore a leggere le prime 2 righe di Hoàng Tử Bé, ovvero il piccolo principe in vietnamita. Pure barando, perché ora lo so benissimo cosa dicono le prime due righe: ma cercavo parola per parola, gruppo di parole per gruppo di parole, e tentavo di tirarne fuori un senso. Non sono sicuro che l’avrei capito se non avessi già conosciuto il significato: così come non capii un accidente delle prime righe di Lille Prinsen. Alla terza pagina, il testo però iniziò a trasformarsi, a diventare meno impossibile. A metà libro, circa un mese dopo, lo stavo leggendo.
La mente è pigra: quando si accorge che passerai un sacco di tempo a cercare di capire un testo, si sbatte a ottimizzarne la comprensione.
Il fatto principale è: mi divertivo. Mi diverto. Mi diverto a passare 3 ore a cercare parole in un dizionario, guardare esempi, perdermi, scoprire che in vietnamita c’è una espressione che dice không bao giò có một chiển tranh tốt dẹp hoặc một hòc bình xấn xa, non esiste una bella guerra o una brutta pace, che la dice lunga su di un paese che ha passato in guerra buona parte degli ultimi 2000 anni.
Non è efficiente. Non ricordo il significato della maggior parte delle parole nella frase sopra, ma comincio un po’ ad orientarmi. Comincio a capire come funziona la cosa di non avere spesso soggetti, verbi, articoli o indicatori. Per esempio, cơm hàng cháo chợ mi ha lasciato assolutamente perplesso quando l’ho trovato: letteralmente riso (ovvero pane, pagnotta, cibo quotidiano) negozio/merci zuppa mercato. Eh? Prego? Ma vuol dire “pagnotta di negozio, zuppa di mercato”, ovvero senza fissa dimora, senza un posto fisso, mangio quello che compro al negozio e al mercato.
Non è così che si impara una lingua. Non è rapido. Non è efficiente.
Ma è l’unico modo in cui le imparo io: mi diverto mentre lo faccio, e, ogni tanto, alla fine della fiera, mi ritrovo con una lingua che parlucchio.
Dopo, e solo dopo, posso tornare a guardare le basi: lo sto facendo già un po’ per il vietnamita, che ha una pronuncia che non perdona.
Ma prima, e durante, e dopo mi devo divertire. Una lingua serve a veicolare dei contenuti, non solo a dire “ciao come ti chiami?” Per esempio, si può dire “ma che cazzo ci fa quel gatto sul tavolo?”
(da notare che non funziona per il tedesco, o le lingue con una grammatica estremamente rigida. O meglio: funziona per la comprensione, ma alla fine si continuano a fare errori. Lo so per esperienza: lo parlo correntemente, e sembro Tarzan quando parlo.)
[*] so che ci sono persone in gamba, equilibrate e intelligenti che organizzano ottime avventure con D&D. Ben per loro. A me non piaceva allora, e non piace ora, anche se ho imparato con gli anni a non dare giudizi di merito sulle persone. A 11 anni avrei detto che erano scemi.
[**] mai sottovalutare la carica all’autostima data dal riuscire fare qualcosa che pensi sia difficile, e ti sembra molto più facile del previsto. Se sei abbastanza giovane, immagini di essere un genietto, non sospetti nemmeno che, forse, semplicemente non era difficile affatto. Così ho iniziato a considerarmi uno che “impara facile le lingue”. Non è vero per un cavolo, ma mi permette di provarci.