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hanoi diary: fammi vedere il tuo pezzo di conversazione che ti faccio vedere il mio

In una delle mie prime case berlinesi, qualcuno aveva appeso un paio di mutande lunghe al muro della sala comune.
Si tratta del tipico *conversation piece*, pezzo da conversazione: un oggetto che attira l’attenzione e aiuta a rompere il ghiaccio: ovviamente quasi chiunque entrasse finiva per chiedere “come mai avete un paio di mutande lunghe appese al muro della sala comune?”

E’ quello che ho chiesto io quando sono entrato la prima volta a farmi fare il test di compatibilità coabitativa, una tradizione berlinese che ricorda un incrocio tra un colloquio di lavoro e una sessione della Santa Inquisizione, ma non così amichevole.

La cosa è che, essendo una casa di tedeschi, la conversazione, a differenza dell’ingegneria, non era un’arte praticata con grande assiduità, e la risposta, scocciata perché *ovviamente* quasi chiunque entrasse chiedeva “come mai avete un paio di mutande lunghe appese al muro della sala comune?”, era “mah, insomma, qualche tempo fa abbiamo deciso di appendere al muro ognuno qualcosa, e uno che non vive più qui ha appeso quello”. Una risposta così interessante da far considerare le carote lesse eccitanti, il guardare la vernice che si asciuga una attività emozionante, da far pensare che, una volta che sei stanco di Casalecchio di Reno, sei stanco della vita. Il nome tecnico è “pietra tombale dell’interazione”. Un “ma vaffanculo” è più garbato.

Questo è circa il problema dei pezzi da conversazione: verranno usati per fare conversazione, appunto, e circa chiunque inizierà la conversazione nello *stesso* modo, perché per tutti è una cosa nuova; mentre per chi lo possiede è storia vecchia, da quasi subito. Solo che nessuno ti obbliga ad averlo: nessuno ti obbliga a indossare una chiave antica attaccata al collo con una cordicella (“*è una chiave di una porta di una casa che non c’è più: sospetto che fosse la chiave della felicità*” rispondevo, peccato che essendo in Germania poi venissi guardato con sguardo vacuo e mi sentissi dire  “Ah so?”), non è che il dottore ti ha detto “o ti metti un cappello a cilindro in piena estate, o muori”; non sei tenuto a tenere delle mutande lunghe attaccate alla parete. Lo fai perché probabilmente vuoi permettere a chi ti visita, a chi ti incontra di iniziare una conversazione in modo naturale, invece dei solito “eh, come va, come sta la sua signora, ah se c’è la saluta c’è tutto, ma come fa freddo/caldo, hai visto l’ultima con cui ha trombato Silvio?”.

E’ diverso per quelle persone che *sono* dei pezzi da conversazione esse stesse: se sei alto due metri, se sei talmente gnocca che i maschi smettono di respirare quando ti vedono  e blocchi il traffico a distanza di tre isolati, se sei riccio e bianco ad Hanoi e magari guidi una moto d’anteguerra (loro), la gente ti ferma e ti parla di quello. “Come sei bella”, diranno, perché *loro* è la prima volta che ti vedono: tu te lo senti dire da quando hai 7 anni, non ne puoi più, non te ne frega un niente e non è che essere bella ti faccia andare via il mal di testa quando hai bevuto troppo la sera prima[ * ]. Lo sai che sei bella, e cosa vuoi rispondere, “ah davvero? Ieri invece ero talmente brutta che Nosferatu mi ha consigliato di andare da un estetista. Deve essere che ieri  ho mangiato i peperoni”?

Ma se hai un paio di mutande lunghe attaccate alla parete, beh, inventati qualcosa di interessante.

“Secondo te?” va già bene come inizio.

(C’è anche una situazione intermedia, *fare* qualcosa che è un pezzo da conversazione, e magari non lo fai per questo. Se sto facendo animazione sui trampoli, *sappi* che non sei il primo, non sei il secondo, non sei nemmeno il duecentesimo che mi dice a) “come sei alto” o, se sei nato comico, b) “uheilà, come è il tempo lassù?”, senti, il tempo quassù è esattamente lo stesso lì perché sono a un metro da terra, non sull’Everest. Se sto facendo uno spettacolo con il fuoco, ti stramalegiuro che non sei il primo a chiedermi se non mi brucio: sì, a volte capita, è fuoco sai? Lo si usa per cucinare, per questo a me mi pagano per stare qui a fare uno spettacolo e tu paghi per vedermi, perché è difficile, perché se sbagli tu bruci. Questo mi rende abbastanza solidale con le donne gnocche che fermano il traffico, e almeno io posso scendere dai trampoli, smettere di giocare con il fuoco, e mettermi un cappello per coprire i ricci. Lo so che dovrei rispondere in modo più garbato, non è colpa tua se sei scemo, ehm, se pensi che dirmi quello che mi dici ti renda interessante. Ci sto lavorando).

Il tutto per dire che quando sono arrivato ad Hanoi, ho deciso che volevo una Minsk, perché è una moto semplicissima di produzione russa, piuttosto bella da vedersi, robusta. “La voglio”, ed è la mia moto.
Il bello della Minsk è che è facile da riparare. Questo è bene perché va riparata circa due volte al giorno.
Spesso ce la faccio da solo, pulire la candela che si intasa ogni tre per due, cose del genere. A volte no, e data l’affidabilità dei veicoli qui, ad ogni angolo di strada c’è qualcuno pronto a ripararti una ruota bucata o farti ripartire il mezzo.

Mi fermo spesso agli angoli di strada, grazie alla tecnologia sovietica. Dopo un po’ di smanettamento, una piccola folla si raduna a guardare l’occidentale con la moto scassona. Mi viene fatto capire a gesti cosa dovrei farne, della mia moto (buttarla), mi vengono mostrate le *loro* moto che funzionano (Honda, Suzuki, a volte Piaggio che fa tanto figo qui perché viene da lontano, dall’Y-Ta-Li) e fatto capire che dovrei comprarne una.

Mi spiegano circa cosa non va, senhza che io capisca ovviamente, smontano, rimontano, riprovano, al terzo tentativo, o all’undicesimo, di solito riparte.

E visto che raramente ho fretta, la cosa non è male. Per ora, considero la mia Minsk un pezzo da conversazione.

[ * ] però ammetti che fa sì che un sacco di persone ti invitino a cena gratis. Le mie amiche gnocche non hanno mai pagato una multa a un poliziotto *maschio* in tutta la vita.

One Comment

  1. enrica ha dichiarato:

    l’hanoi diary e’ 1 bella scoperta del weekend!! grande ale!!
    un abbraccio

    sabato, novembre 28, 2009 at 19:51 | Permalink

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