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hanoi diary: fascetta salvatubo, alleluia!

Qualche sera fa sono tornato a casa verso mezzanotte e, al terzo piano, dove di solito c’è la cucina, c’era una piscina. Non è che i miei compagni di casa (una canadese di lingua inglese, uno svizzero francese, una giapponese di origini vietnamite, e un *credo* coreano che si nasconde ogni volta che lo incrocio e mi fa un “hello hello” di corsa prima di sparire) avessero deciso di rendere più schick la nostra casetta coloniale: è che c’erano almeno 10cm di acqua in cucina.

“Pioggia?” ma non aveva piovuto. Tubo rotto? Ma non ci sono tubi in quella zona della cucina, solo il router internet a penzoloni sullo stagno tipo Tarzan sul fiume con i caimani. (Dubbio: i caimani sono la stessa cosa dei coccodrilli e degli alligatori, o c’è differenza?)

Ho fatto quello che chiunque farebbe, se appena tornato a mezzanotte e passa dopo aver spinto la moto-figa-ma-scassata per un chilometro prima di venir aiutato a farla ripartire da un passante dotato di vespa: mi sono rimboccato i pantaloni, ed ho proseguito fino al quarto piano, dove c’è la mia camera. Asciutta. Buona notte.

Il giorno devo lavare i panni, che il bello di essere in viaggio è avere 5 magliette e 5 paia di boxer, il brutto di essere in viaggio è avere 5 magliette e 5 paia di boxer, e scopro che il problema non era la cucina, ma la lavatrice, che è nel circa-corridoio. O meglio: il tubo dell’acqua. Indurito immagino a causa del caldo, più o meno fissato con del nastro adesivo, si era sganciato, suppongo durante il lavaggio. Il nastro adesivo si era staccato, immagino a causa del caldo; del resto, non è che il nastro adesivo sia esattamente lo strumento giusto per tenere stretto un tubo che porta l’acqua in pressione alla lavatrice.

(abbiamo poi ipotizzato che la causa principale fosse che è stata cambiata la pompa dell’acqua. Non sappiamo perché, in quanto l’altra bastava: ma questa è *più potente*, *più incazzata*: e chi può resistere a una pompa dell’acqua più potente e incazzata?

Chi poi si trova la cucina allagata quando cerca di usare la lavatrice, ecco chi)

Provvedo a rimettere il tubo in posizione, stringo alla bell’e meglio (che avrei giurato si scrivesse “bell’emeglio”), asciugo un po’ per terra con uno straccio, mi dico “qui ci vorrebbe una fascetta stringitubo”, ed esco. Non avevo idea di come e dove comprare una fascetta stringitubo in Vietnam, senza parlare la lingua: il mio modo principale di comunicare è il “punta e grugnisci”, come con il computer. Le mie interazioni di norma si svolgono come segue:

Voglio quello.<indico> <sì con la testa, sorride>

No, quello. <indico di nuovo> <sì con la testa, sorride>

No, quello lì, quello che indica il mio dito, non quello a 4 parsec da dove siamo <indico sempre la stessa cosa> <sì con la testa, sorride>

Guarda, questo è un dito, sta indicando *lì*, voglio *quello*. <indico, con un crampo al dito> <sì con la testa, sorride>

Ok, tanto non lo volevo <vado via> <sì con la testa, sorride, pensa “vaffanculo” in vietnamita “ma tanto abbiamo battuto i cinesi, i francesi e gli americani”>

Ottima cura contro il consumismo. Accidenti alle lingue con 6, dico sei, toni. Io nemmeno sento la differenza tra U e Ü in tedesco, figuriamoci.

La sera incontro la canadese, che sta usando la paletta della scopa per raccogliere l’acqua. Alternativa. Scopro che l’acqua era in cucina perché è in pendenza: lei si era accorta del disastro la sera prima, perché la sua camera è al secondo piano, e aveva cominciato a pioverci dentro. Ma non pioveva. Ecco perché chi vive al quarto piano può ignorare le cose ed andare a dormire, chi vive al secondo meno: deve essere una metafora del riscaldamento globale, credo. La aiuto con uno straccio, intanto parliamo: c’è un intanto bello lungo. Lei non solo non ha idea di come dire “fascetta stringistringitubo” in vietnamita, non ne ha mai vista una e non sa come si dice in inglese (jubilee clip, non ho idea di cosa c’entri con il giubileo, forse perché se si sta allagando la casa e ne trovi una e risolvi il problema, poi urli “alleluia”; il nome senza trademark è però “hose clamp”, che ha senso). Comunque la lavatrice pare aver funzionato, ritiro le mie cose circa pulite e le stendo sul corrimano delle scale, che così si fa in questa casa. Continuo a pensare che prima o poi dovrò comprarla, la fascetta.

Due giorni dopo lo svizzero francese, che fa l’architetto, mi dice “the washing machine is broken again”. Come è rotta di nuovo? E’ rotta la lavatrice? Vuoi vedere che mi ero sbagliato, non è il tubo, è la lavatrice?

“Il tubo si è staccato mentre andava, questa volta l’ho fermata in tempo”. Ah, ok: tubo staccato, quindi lavatrice rotta. Vedo che ha una mentalità tecnica, l’architetto. Gli spiego che serve una fascetta stringicavo, no, non ne ha mai vista una, non ha idea di come si dica in francese. Non che il francese sarebbe d’aiuto ad Hanoi, ma era tanto per sapere. Suppone che si dica “anello” (“collier de serrage”, invece, *collare di serraggio* tipo).

Esercizio del giorno: comprare una fascetta stringitubo.
Senza parlare la lingua. Senza che il dizionario aiuti.

Vicino a casa c’è un negozio di strumenti, lo so perché sono giorni che rimando di cercare di fagli capire che voglio il manico di una zappa, ma solo il manico, che sono giocoliere, non contadino, e devo costruire un bastone da giocoleria (appunto), non devo zappare. E’ già faticoso spiegare in ferramenta in Italia che mi servono le cose per usi alternativi, figuriamoci qui. Ma mentre il manico della zappa da trasformare in bastone da giocoleria può attendere, la lavatrice no. Vado e mi metto ad esplorare gli oggetti esposti, mentre il proprietario fa del suo meglio per ignorare la presenza di un occidentale riccio, che probabilmente non parla vietnamita, nel suo negozio di 2 metri per tre. Non vedo la fascetta. Così mi metto a fare un disegno, che allego. Cerco la parola per rubinetto, e per tubo, che scrivo, e cerco di pronunciare senza successo (sei toni, ricordate?). A questo punto provo a parlare al venditore, che, dopo aver tentato di ignorarmi per qualche minuto, sperando che rinunciassi e andassi via, prova a capirmi. Fallendo. Mosto il disegno: non aiuta, però osserva divertito il mio dizionario giallo “Inglese-Vietnamita”. Mimo un anello, e un cacciavite che gira: almeno spero, ci sono tipo 617 modi per il mio gesto, di cui 614 volgari e probabilmente almeno 400 di questi costituiscono un insulto mortale in Vietnam, lavabile solo con il sangue, o vendendo la carta vetrata sbagliata.

fascetta stringitubo: chiaro no?

fascetta stringitubo: chiaro no?

Il tipo scuote la testa, ma pare di capire. Mi spiega che non ce l’ha, ma che se vado avanti sulla stessa strada, sulla destra, trovo chi ce l’avrà. Credo: forse mi ha detto di convertirmi al pastafarianesimo prima che sia troppo tardi, la venuta di Ch’tulu il divoratore di anime è imminente, l’ufficio per l’immatricolazione è sulla destra. Ringrazio, compro della carta vetrata sbagliata ma tant’è, “*senti, sto indicando della carta vetrata a 1cm dal mio dito, e poi sto facendo un gesto di 10cm di lunghezza, secondo te cosa voglio, un jetpack? Come? Avete i jetpack qui in Vietnam? E li vendete in ferramenta? Figooooo*”.

Comunque. Dotato del mio fido disegno, mi avventuro più avanti sulla strada. Sulla destra c’è un posto che vende zuppa, una tenda in cui vive una famiglia, un *qualcosa*. Niente che sembri avere a che fare con la fascetta. Mi rassegno alla prossima venuta di Ch’tulu il divoratore di anime, attraverso la strada e cerco un posto in cui mangiare qualcosa che io possa pronunciare. Fino ad ora sono un duro del **kem carame**, *crem caramel*.

E dall’altro lato della strada, lo vedo. No, non Ch’tulu il divoratore di anime: il negozio di tubi. Ri-attraverso la strada (la faccio breve, ma non è così facile come sembra: ci sono interi manuali sulla sopravvivenza urbana che, al capitolo “attraversare la strada ad Hanoi”, scrivono “*convertirsi al pastafarianesimo, e pregare che Ch’tulu il divoratore di anime giunga prima che dobbiate farlo*”. Tanto per dire).

Raggiungo il negozietto. Osservo, sperando che le fascette stringitubo siano di moda questo autunno e siano in vetrina: no. Così mostro il mio disegno, faccio il mio numero di mimo, noto una vaga comprensione nel volto della venditrice. *No, non voglio il tubo. No, il rubinetto ce l’ho già. No, niente jetpack, ah, questo va ad acqua? Figo. No, mi serve la fascetta, vedi qui nel disegno, che poi stringo, così, <gira gira con il cacciavite immaginario>*…

La ragazza si volta, fruga dove tiene nascoste le cose più preziose e i simboli sacri per la venuta di Ch’tulu il divoratore di anime, e tira fuori non uno, ma ben due tipi di fascette. Per non saper né leggere né scrivere, ne compro due di ogni tipo, “no, non voglio sapere la radice quadrata di 33π, ti indico una fascetta, dico hai che vuol dire due, faccio 2 con le dita, no, non è che ho vinto, indico l’altra fascetta e ripeto; no, niente jetpack, grazie, sì è figo“. Alla fine capisce. Me le dà. Pago. Ho in mano 4 fascette stringitubo, due per tipo, comprate in Vietnam.

Mi allontano saltellando e sorridendo come un deficiente mentre attraverso la strada, confermando l’idea locale che tutti gli occidentali siano un po’ strani.

2 commenti

  1. bruno ha dichiarato:

    ciao vecchio, una cosa simile mi è successa in Siria. le prese di alimentazione sono diverse da quelle europee. così vado in ferramenta ad Aleppo e spiegarsi è dura, faccio le corna (per mimare la spina) e altri scongiuri. ma il tipo resta impassibile. allora tiro fuori il computer e cerco una presa nel negozio. la trovo. faccio segno al tizio di infilare la spina. e lui ci prova poi mi guarda e scuote la testa sconsolato . cerca di spiegarmi (lui) a segni che la spina non va bene. io replico con un “yes, yes, you understood!” ma niente da fare, non riusciamo a fare due+due. alla fine vedo un rotolo di cavo telefonico, ne taglio un metro, lo pago, vado a casa e faccio un allacciamento abusivo cavo elettrico europeo, doppino telefonico siriano, fili scoperti, presa corrente. funziona

    venerdì, novembre 27, 2009 at 04:27 | Permalink
  2. Aliosha ha dichiarato:

    Forse McGaiver (come si scrive?) aveva solo il problema che non lo capiva nessuno…

    venerdì, novembre 27, 2009 at 10:34 | Permalink

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