In questi giorni, oltre a preparare quello che forse potrebbe essere il primo workshop di Contact Improvisation in Vietnam e delle performance in cui spero che il pubblico principalmente faccia caso al fatto che la mia partner è gnocca, e non al fatto che non ci capiamo ancora, mi sto ossessionando con la lingua locale.
Alterno momenti di felicità perché capisco qualcosa “ooooh, lì c’è scritto hotel in Vietnamita!”, “oooh, anche qui c’è scritto hotel, e qui taglio capelli” “ooooh, ma quanti hotel, e negozi di taglio capelli per uomo che aprono solo alle 8 di sera, e altri hotel che offrono sauna e massaggio!”
“Aliosha? Sono bordelli”
“Ah, ok”
Dicevo, alterno momenti di felicità perché capisco qualcosa, a frustrazione perché non capisco, a incazzatura perché certe cose non hanno senso. Per me. Lo so, lo so, le lingue non hanno senso. Ma alcune cose meno di altre.
L’altra sera la mia compagna di casa monolingue, nonostante sia canadese, quindi obbligata a studiare francese per anni a scuola, nonostante abbia vissuto anni a Montreal, capitale francofona del Canada, e 4-5 anni in Asia (“ma tutti vogliono parlare inglese con me”), visto che come un bimbo di 2 anni, se vicino a un vietnamita, indicavo e cercavo di dire il nome,
(indico) “bordello!”
“no quello è un ta-vo-lo”,
“bordello”,
“no, quella è una se-di-a”,
“bordello”
“senti, la smetti di imparare le parole che leggi per strada?”,
Dicevo, l’altra sera la mia compagna (di casa) mi fa:
“Ma proprio tu che parli tante lingue ti devi sbattere tanto per imparare il vietnamita?”
La domanda mi ha lasciato perplesso. No, stupito. No, completamente instupidito. Sono giorni che ci penso, ci penso ancora, perché non è la prima volta che qualcuno mi fa “beh, proprio tu ci lavori tanto?”. Ma non viene il dubbio a questa gente che forse parlo tante lingue (a diversi livelli, usando il termine parlare con una certa generosità) proprio perché mi ossessiono?
Non è che le lingue mi aspettino all’angolo in dei vicoli bui per saltarmi addosso addosso, nemmeno nei negozi di barbieri notturni senza forbici: non sono veloce a impararle, non ho una buona testa per la grammatica e sono un pezzo di legno per la pronuncia (e non un pezzo di legno di chitarra, un pezzo di legno di un pallet). Mi piacciono e affascinano le parole, e adoro quel momento in cui un testo sotto ai tuoi occhi passa da un miscuglio di segni incomprensibili a una traccia, e poi a una storia. Immagino che sia quello che altri trovano nei rebus e nei rompicapo, io di mio non sopporto sbattermi per risolvere un problema che un altro si è sbattuto a creare. Mentre una lingua esiste, non lo fanno apposta a comunicare in modo che io non capisco, nonostante ogni tanto mi venga voglia di dire “ok, il gioco è durato abbastanza, ora parliamo in italiano, vabbene?”.
Mi affascina questa idea che imparare le lingue possa essere qualcosa che succede, che viene facile, che avviene in modo passivo: oh, dopo un po’ diviene passivo, raggiunto il livello della lettura senza dizionario, le parole e la struttura proseguono in modo implicito. Ma non succede all’inizio. Mi affascina che chi non parla altre lingue crede che per noi sia facile. Non so per gli altri: per me non lo è per un cavolo. Certo, ho conosciuto persone che dichiaravano “io imparo la lingua in una settimana, senza accento, anzi, quando parlo in inglese mi impongo di avere un accento così chi mi ascolta non si intimidisce”. Come del resto ho conosciuto persone che dichiarano di vivere d’aria e non mangiare da anni, e uomini che entrano in una stanza e tutte le donne li vogliono (almeno in un paio di caso, non è solo che lo dicono, ma è vero, e un po’ li odierei se non fossero miei amici e volessi loro bene. Non li odio ma un po’ di invidia…).
Anni fa quando me lo dicevano, restavo colpito, provavo invidia come sopra, che io in una settimana forse imparo a dire “ciao” e “non capisco”, a volte “dove è il bagno?”, e, in base alla nazione, “sarebbe così gentile da smettere di prendermi a calci/mettere via il coltello, per favore?”. Però negli anni mi sono reso conto che non è che ’ste donne (tutte donne le Mozart della lingua rapida) poi parlino più lingue di me: se io fossi capace di imparare una lingua in una settimana, mi prenderei un 6 mesi per impararne una ventina, che en passant coprono il 97% della popolazione mondiale.
Oltre tutto le ultime due donne “io imparo in un attimo, non ho accento, mi tocca fingerlo” che ho incontrato, rispettivamente, parlavano una con un orrendo accento dell’est (è bulgara, cià le sue ragioni), l’altra con un accento francese che nemmeno l’ispettore Clousou quando si impegna (e anche lei cià le sue ragioni, è francese). Tanti saluti al “io non ho accento”: comincio a sospettare che le loro capacità siano realistiche quanto il reattore nucleare che Marco, mio compagno di classe delle elementari, diceva di avere sotto casa. (Marco, se mi leggi: sto ancora aspettando di venirlo a vedere).
Io? Io ho un accento in italiano (romagnolo), e in tutte le lingue che parlo. La cosa divertente è che spesso uso una lingua per impararne un’altra, per cui l’accento non è sempre per forza italiano; o meglio, è italiano ibrido. In spagnolo, ho un misto di italiano-argentino e brasiliano, in tedesco mi dicono che suono un po’ francese (figo!), in inglese recentemente che suonavo tedesco (no figo!).
Comunque sia, le lingue non mi vengono facili, ma mi piacciono e mi ossessiono. Il vietnamita ha la sfiga dei toni, il vantaggio che, oltre alla grammatica medio-semplice tipica delle lingue tonali a me note (tailandese, cinese), è facile da scrivere. Usano un sistema basato sul nostro alfabeto, e una serie di scarabocchietti chiamati diacritici per indicare toni e diverse vocali. Ne hanno 12 (13?) di vocali, e 6 toni, per un totale di 72 (78?) possibili suoni. Ripeto che io, da bravo italiano, non sento ancora la differenza tra U e Ü.
Ieri sera non riuscivo a dormire, per cui mi sono messo a studiare la lingua, sperando di crollare di sonno. Ora. Io dico. Insomma, va bene (no, non va bene per un niente) quando diversi toni a me inaudibili portano a diversi significati. Tanto per dire:
hô (O aperta, tono neutro) – urlare; cantare (intravedo il nesso qui)
hố (sempre O aperta, tono crescente) – una buca, una fossa
hồ (tono calante) – lago; colla (prego?)
hổ (cala poi cresce e si interrompe, tipo una domanda, “hai fame?”) – tigre
hộ (crolla di botta e si interrompe, tipo urlare “cuccia!” al cane) – casa; tramite di, attraverso di; aiuto (ma che ca…)
e poi anche, visto che sono itaiano e per me o e ô hanno lo stesso suono (tipo come e cosa, o non so, abbiamo 2 O in italiano e non idea di quale sia quale), e lasciamo perdere hơ che è un suono simile, ma non proprio, a Ö o Ø:
ho – tossire (beh, dai, cantare, tossire)
hò – chiamare qualcuno, gridare a qualcuno
họ – loro; cognome
Insomma, non è che “casa” e “aiuto” siano poi così simili, anche se posso vedere il nesso tra urlare e cantare, e penso che la cosa possa in parte spiegare la popolarità locale del karaoke (non solo perché la maggior parte dei karaoke bar sono un altro modo di nascondere un bordello, e con nascondere intendo “pubblicizzarlo con le tette al vento”), e mi pare di capire che un “lago di colla” è quello che sta avvenendo nel centro di Hanoi.
Ma.
Ora.
Prendiamo questo: nước, nel senso di “nước Ý“, nazione Italia (mi piace che Italia sia una sola lettera). No, aspetta “nazione (delle) idee”. No, “acqua (dell’)idea”. O, forse “gioco (di) idea”? E se fosse “acqua Italia” invece?
Perché Ý significa sia Italia che idea. Ma nước significa, con gli stessi toni: acqua, liquido, essenza, preparato (liquido); nazione (insomma, posso capire l’idea che una nazione sia circondata da acqua, in inglese all’estero si dice “abroad”, ma vallo a spiegare agli svizzeri, e in buona parte anche ai tedeschi); e quindi, anche “muovere, giocare, suonare; fissare, riparare; un passo“.
Ma. Che. Ca. Vo. Lo.
Hanno delle parole per dei concetti super sottili, hanno 6 dico SEI dannatissimi toni applicati a qualcosa come 12-13 vocali (contate nello stile “uno, due, molti, tanti”), e non possono prendersi la briga di trovare un suono diverso per le loro parole?
Per questo io non dovrei studiarle la notte, le lingue: non mi addormento, mi arrabbio.
3 commenti
lo so, è ot, e poi son solo l’ultimo di una lunga fila a chiedertelo, ma che ci fai in vietnam?
oltre a imparare la lingua, ça va sans dire ;-)
Per massimizzare il tuo bisogno di imparare sempre lingue nuove, in tutte le nazioni che incontri potresti fare frequenti visite ai locali negozi Ikea. Così oltre alla lingua del luogo impari anche lo svedese. Da qualche parte ho letto che si può imparare lo svedese usando unicamente i manuali dell’Ikea: come cavarsela in ogni situazione dicendo solo “mensola”.
L’idea non è male, ma lo svedese l’ho imparato 14 anni fa grazie/a causa di una donna.
Ho fatto l’erasmus a Stoccolma.
E’ un po’ arrugginito ora, però lo leggo e capisco bene…
(anni fa, i libri sugli scaffali Ikea erano in svedese, ora non so che evito Ikea come la peste, a casa di un’altra donna la cui idea di pomeriggio romantico erano 5 ore a Ikea. Hai presente il viagra? Ecco, a me l’Ikea fa l’effetto opposto, su tutto il corpo e il cervello e l’anima)
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